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  • Roberta

Destinazione Genova - Diario di viaggio

Aggiornamento: nov 12

È il 26 agosto, decidiamo di andare a Genova. L’idea era quella di regalare a Sofia – la nostra bambina di tre anni e mezzo – un weekend speciale prima del suo nuovo inizio alla scuola dell’infanzia. Sarebbe stata anche la nostra ultima vacanza a tre prima dell’arrivo della sorellina, previsto per novembre. Un programma semplice; giovedì una passeggiata alla scoperta della città, venerdì l'acquario e sabato saremmo rientrati (in Ticino). Ma giovedì sera (il giorno stesso del nostro arrivo in hotel) arriva la sorpresa.

Erano le 22.50 quando mi sveglio, bagnata. Frastornata penso che forse non sono riuscita a trattenere la pipì (che vergogna ho pensato). Vado in bagno, accendo la luce, mi asciugo, sono fradicia. Spaventata accendo la luce del corridoio, vedo che ho lasciato la scia alle mie spalle, sveglio mio marito: ho rotto le acque, ma è presto, troppo presto (settimana 29+5).

Incredulo mi ha guardata senza capire cosa stesse succedendo. Credo che una parte di lui sperasse fosse pipì. Sarebbe stato imbarazzante ma ci avremmo riso su molto presto.

Lui corre in reception per chiedere aiuto, io mi vesto mentre continuo a perdere liquido. Sofy dorme, ignara di tutto. Jack decide di prenderla in braccio, la avvolge nel piumone e scendiamo verso l’entrata dell’hotel. Faccio le scale per essere più veloce e chiamo mia madre. Questa volta ho bisogno di lei. Le dico che mi si son rotte le acque ma è presto, troppo presto. Arriva l’ambulanza, mi metto sulla barella, racconto cosa è successo e che devono portarmi nell’ospedale con reparto ostetrico più vicino. Il ragazzo è molto calmo, gentile, io impaurita non reggo la sua calma.

Partiamo, un medico attrezzato di ecografo ci raggiungerà lungo la strada. Sento le sirene e guardo Jack, al mio fianco con Sofy tra le braccia, anche lei frastornata con gli occhi socchiusi, è stanca. Il ragazzo gentile gonfia un guanto in silicone e lo porge a Sofy come fosse un “palloncino strano”, cercando di strapparle un sorriso e rendere più divertente la situazione che per Jack e me è un incubo. Lo guardo e vedo il sudore scendere sulla sua fronte, è preoccupato, lo siamo entrambe. Ci guardiamo e cerchiamo di rassicurarci a vicenda, “va tutto bene” ci diciamo.

Arriviamo al punto di incontro con il medico. Ci fermiamo e aspettiamo. Io non capisco perché dobbiamo aspettare il medico e chiedo di portarmi subito all’ospedale. Mi rassicurano: è la cosa giusta da fare. È arrivato. Il medico sale sull’ambulanza, Jack e Sofy devono scendere, ci seguiranno con l’auto medica. Ripartiamo subito, il medico cerca di sentire il cuore di Nicole (la piccola che ha fretta di nascere) ma la corsa in ambulanza, i colpi e le curve rendono la ricerca più difficoltosa. Spaventata lo osservo cercando rassicurazioni nel suo volto, mi sembra passare una vita, poi finalmente lo trova, lo sente, batte.


Arriviamo in ospedale, non so minimamente dove mi trovo. Raggiungiamo il pronto soccorso ostetrico. L’ostetrica che ci accoglie è fredda, lucida, per nulla empatica ma sa esattamente cosa deve fare, è calma. Mi chiede se ho la cartella clinica, ovviamente no.

Mi fanno i controlli, io resto nel panico. Mi fanno un tampone vaginale, una visita. Poi arriva la dottoressa, fa un’ecografia, è molto gentile. La bimba sta bene, mi fa vedere il cuore che batte. Io in quel momento vedo e non vedo, sono ancora sotto shock. Mio marito è fuori con Sofy, ogni tanto sento la sua voce. Si alterna la voce assonnata, il pianto, le risate. Penso a come sarà spaventato lui che non sa nulla e deve intrattenere Sofy senza trasmetterle la sua paura. È un uomo fantastico.

Poi arriva il tampone covid, l’antibiotico in vena, quello per bocca, la puntura per aiutare lo sviluppo dei polmoni di Nicole (il Bentelan).


Mi fanno mille domande sugli esami che ho fatto con la mia ginecologa ma in questo momento la mia mente è annebbiata e non ho tutte le risposte, solo mille domande. Sofy piange nel corridoio, vuole la mamma. Me la fanno vedere ma a distanza, le dico che andrà tutto bene. Poi inizia il mio ricovero, loro tornano in hotel e io arrivo nella mia nuova stanza dove dovrò stare il più a lungo possibile per permettere a Nicole di crescere per prepararsi al meglio al suo arrivo nel mondo. Scopro quindi che una volta rotto il sacco possono passare giorni, anche settimane prima del parto.

Sono alla 29esima settimana +5, mentre mi visita la dottoressa scatta la mezzanotte, sorride e mi dice “dai che siamo già alla 29+6”. Per quanto difficile darsi obiettivi visto che non dipende da noi, sarebbe bello arrivare almeno a 34 settimane, per tirare un sospiro in più di sollievo. Per ora affrontiamo giorno per giorno.

Il mio primo pensiero è stato quello di tornare a casa, “voglio il trasferimento”, ho pensato. Ma un trasferimento non è consigliato, la situazione è troppo delicata. Se dovesse avviarsi il parto nel tragitto li pericolo sarebbe troppo grande. Inoltre in Ticino non siamo attrezzati per casi così prematuri, mi dicono che se fosse successo a casa mi avrebbero dovuto comunque portare a Lucerna.


La prima notte la passo in bianco, avvolta dai pensieri e dalla preoccupazione per mio marito che dovrà affrontare tutto questo da solo, insieme a Sofia. Non può permettersi cedimenti, deve essere forte per lei, io per Nicky. Il giorno dopo partono le chiamate, cassa malati, medici. Così chiamo la clinica dove avrei dovuto partorire se la gravidanza fosse andata come da copione, il medico che sostituisce la mia ginecologa (attualmente in vacanza) è il medico che ha eseguito la morfologica. Tutti sono concordi su una cosa: devo restare qui e nella sfortuna sono fortunata perché sono in uno degli ospedali migliori d’Italia non solo per i parti prematuri ma anche per le cure pediatriche in generale. La cosa mi consola anche se l’idea di stare così tanto tempo da sola lontana da casa non mi piace. Piango, di continuo. Voglio essere forte ma tra paura, solitudine, consapevolezza di quanto sarà difficile tutto, anche se poi il tempo volerà, l’incertezza di quello che succederà e dover stare lontano da Sofy per un tempo indefinito mi distrugge.


Ora sono qui, pausa forzata, non ho scelta. Bloccata tra il letto e le mura di questa piccola stanza che per ora non divido con nessuno. Alla mia sinistra ho una finestra che si affaccia sul mare, piccolo lato positivo di questa situazione assurda e inaspettata.

Mi concentro sulle onde del mare, sul suono che si scatena quando l’acqua raggiunge la riva per poi ritirarsi, sul rumore che fa quando raggiunge gli scogli. Cerco di trovare il relax e la calma che aiutano a tenere sotto controllo la situazione. L’obiettivo adesso è non avere contrazioni (non che io possa contrastarle) ma cercare di mantenere la calma mi aiuta e son sicura aiuti anche la piccola che ho in grembo. Così mi concentro, a volte a fatica lo ammetto. Difficile svuotare la mente e concentrarsi solo sul mare quando ci sono oggettivamente mille pensieri e cose da organizzare.


Dopo alcuni giorni decido che voglio dare un secondo nome a Nicole. Vorrei un nome che rappresenti la forza, il coraggio, la vittoria. Perché devo pensare a quando tutto sarà finito, a quando guarderemo a tutto questo come un lontano ricordo, a quando saremo sereni perché tutto è andato bene. Vorrei che il suo nome ricordasse a noi e a lei quanto è forte, la sua storia, o almeno una parte di essa. Un nome che le ricordi la forza da leonessa che è in lei, la mia piccola guerriera.


Il quarto giorno cambio stanza. A quanto pare hanno bisogno di stanze e letti dove poter mettere in “isolamento preventivo” le pazienti per le quali aspettano i risultati del tampone covid. Il mio è negativo quindi “torno in comunità”. Me lo comunicano alle 12.00, alle 13.00 vengono a prendermi per portarmi nella nuova stanza. Preparo in fretta le mie cose, sacchetti su sacchetti. Un po’ preoccupata seguo la signora che mi aiuta a portare le mie cose, è molto gentile. Arriviamo in camera, 4 letti, tre pieni e poi il mio. Letto 27. Metto via le mie cose e mi presento alle compagne di stanza. Ci raccontiamo le nostre storie.

Paola ha già partorito, un bellissimo bambino. Il bambino è nell’incubatrice perché nonostante è nato a 37 settimane è piccolo, pesa meno di 1.9 KG ed ha problemi glicemici. Elisa invece è alla 34esima settimana ma ha poco liquido. La sua bimba ha rallentato la crescita a partire dalla 32esima settimana, quindi la tengono sotto controllo. E poi c’è Flo, lei è alle 32esima ma ha avuto perdite di sangue, quindi anche lei sotto controllo.

Sorridono quando dico loro che arrivo dal Ticino. Mi abituo subito alla nuova situazione e apprezzo la compagnia. Un po’ di chiacchiere fra donne aiutano ad allietare queste giornate che restano comunque difficili. Mi permettono però di ritagliarmi piccoli momenti, sorrisi, a volte anche risate. Ci aiutiamo a vicenda, facciamo ironia, condividiamo pensieri. A volte una di noi piange, lo facciamo a turno. Poi si torna a sorridere, a riposare. Non siamo sole e sappiamo che ognuna di noi ha la sua storia e questo in un modo o nell’altro è di conforto alle altre.


Aneddoto del sesto giorno.

Paola mi prende in giro perché prima che arrivi Jack mi vesto. Tolgo il pigiama e metto una maglietta “di quelle per uscire”, sotto ovviamente i pantaloncini del pigiama perché l’alternativa sono i jeans. Le spiego che voglio vestirmi bene (per quel che posso) perché non voglio che abbia un’immagine di me "malata". Poi arriva Jack, sono felice. Purtroppo causa COVID abbiamo diritto a soli 20 minuti di visita, così quando il nostro turno finisce lo accompagno fino agli ascensori per poter stare insieme ancora qualche minuto. Quando torno mi è bastato incrociare lo sguardo di Paola per ridere insieme. Lei: “si è accorto che ti sei vestita bene?”. Che scema, le dico io. E ridiamo.


Arriva il settimo giorno, è giovedì mattina (meglio dire notte), sono le 2.30, le mie compagne dormono e io sento delle contrazioni. Sono leggere, il dolore sopportabile, decido di provare a mantenere la calma e monitorarle. In venti minuti ne ho sentite almeno quattro o cinque, decido quindi di chiedere aiuto. Suono il campanello e attendo. Arriva l’ostetrica, le spiego che ho le contrazioni raccontandole il dolore che sento. Decide di farmi un tracciato, quindi esce di nuovo dalla stanza per andare a prendere il macchinario. Ritorna, procede con il tracciato. Le contrazioni sono confermate. Andiamo allora a fare una visita con la dottoressa. Si vede che è di corsa e probabilmente arriva da un turno stancante. Mi fa l’ecografia interna per controllare il collo dell’utero. Non so perché ma appena guarda lo schermo dice “male”. Ovviamente non mi rassicura. Chiedo spiegazioni, dice che l’utero non si è mosso. Mi sembra una buona notizia in realtà quindi chiedo spiegazioni. Mi dice “certo che è positivo, se no partoriva” (grazie per la "simpatia"...). Sono stanca, frastornata, impaurita, con le gambe tremanti in questa piccola fredda stanza. Per fortuna le ostetriche presenti sono molto carine, sensibili. Mi dicono di tremare senza paura, va bene, aiuta a scaricare. “Se ti viene da tremare o piangere fallo pure, non ti preoccupare, è normale, aiuta a scaricare e buttare fuori”. Tremo, non so se per il freddo, per la situazione o l’insieme di cose. Sto vivendo tanti momenti intensi eppure a volte è come se non fossi presente, come se una parte di me si sconnettesse per osservare il tutto dall’esterno. Credo sia un istinto naturale di sopravvivenza, ci proteggiamo come possiamo, ci facciamo forza come possiamo. Decidono di provare a interrompere le contrazioni con un farmaco che definiscono “potente e costosissimo”, come se in questo momento per me fosse importante sapere il prezzo del farmaco. Ne avrei fatto volentieri a meno avendo potuto, ma per provare a guadagnare anche solo alcuni giorni va fatto. Inizia la ricerca della vena dove infilare l’ago, non senza fatica, come sempre. La trovano, mettono la flebo, mi riaccompagnano in stanza. Mi spiegano che questo farmaco deve agire per 48ore, quindi per 48 ore questa flebo sarà la mia compagna di viaggio. Cosa succederà dopo non si sa, dobbiamo vedere come reagisce il corpo. Se funziona dovremmo accorgercene subito perché dovrebbero finire i dolori e le contrazioni.

Mi metto a letto, cerco di rilassarmi e pensare a “pensieri felici”. Funziona, le contrazioni sono sparite.

Provo a dormire, ma sono già le 5.30, tempo un’ora si accendono le luci. Inizia una giornata difficile per me.

Sono stremata, impaurita e demoralizzata. Capisco che è davvero arrivato il momento di concentrarmi su quello che mi hanno imposto dall’inizio: il riposo. La giornata passa con pianti che si susseguono e qualche piccolo sorriso grazie alle chiacchiere con le mie compagne di stanza. Ma in realtà oggi sono e mi sento uno straccio. Non riesco nemmeno a videochiamare Sofy, crollerei ancora più facilmente in un pianto che spezza il fiato e non le farei bene. Così a fatica rinuncio a vederla oggi, la distanza è un altro elemento che inizia (in realtà continua) a logorarmi dentro. Sono già 7 giorni che non la vedo. Mi manca come l’aria. Per fortuna arrivano le 18.00, l’orario delle visite. Nel frattempo ho mangiato e mi preparo ad affrontare una nuova notte, da sola, pur non essendo sola.


Giorno 8

È passata una settimana e siamo alla 30+6. Domani conquisteremo la 31esima settimana. Un giorno che pensavo sarebbe stato solo un giorno come tanti, normale, di passaggio, per noi sarà una grande conquista, un respiro più tranquillo, che ci permetterà di affrontare il resto del lungo e difficile percorso che ancora ci resta con un pizzico di leggerezza in più.

Flo è stata dimessa ieri e questa mattina il suo letto è già stato occupato da un’altra ragazza. Mentre portano le sue valigie in camera lei è in sala operatoria a partorire.

Penso inevitabilmente a quando sarà il mio momento, il nostro momento.


Subito dopo ho iniziato a chiacchierare con Paola al mio fianco, che quando mi sono svegliata alle 5 per andare in bagno mi chiede “Roby tutto bene?”. Sisi, tutto bene, devo solo andare in bagno. Penso a quanto è meravigliosa la fratellanza che si può creare fra donne, a quanto una semplice frase o un semplice gesto possano farti stare bene e aiutino a sentirti meno sola e in un qualche modo al sicuro.

Così visto che siamo entrambe sveglie e lei deve comunque alzarsi per tirare il latte iniziamo a chiacchierare. Parliamo un po’ di tutto, dei nostri compagni, dei nostri genitori, e ridiamo. Non so da quanto non mi capitava di chiacchierare e ridere alle 6.30 del mattino. Arriva la colazione e così sono arrivate le 8 senza nemmeno accorgercene. La giornata è iniziata come una di quelle che volano.

Io continuo con la flebo, mi limita un pochino nei movimenti e mi impedisce di fare la doccia cosa che non vedo l’ora di fare. È incredibile come le piccole cose come una doccia possano farti stare meglio in queste situazioni e come impari ad apprezzare o riapprezzare tutto, anche le cose più semplici.


In stanza con noi è arrivata Chiara. Prima che arrivasse abbiamo riso con Paola immaginando a come sarebbe stata la nostra nuova compagna di stanza. “Speriamo non sia una rompi balle” ci siamo dette. Poi è arrivata lei, con i suoi splendidi ricci e la sua infinita dolcezza. Capiamo subito che siamo state fortunate, Chiara ci piace.


Giorno 9 (anzi 1)

Benvenuta 31esima settimana e…benvenuta Nicole Sole.

La conta dei giorni ricomincia da qui.

Sono le 5.45 del mattino, il farmaco che ferma le contrazioni è terminato prima che andassi a letto. Ho dormito abbastanza bene ma al risveglio - verso le 5.45 appunto - ho iniziato a sentire le contrazioni. Ho capito subito che il giorno era arrivato. Questo era il giorno in cui avrei conosciuto mia figlia. Ho monitorato le contrazioni, una ogni 5 minuti. Paola ha capito subito che stava succedendo qualcosa e mi ha chiesto se andasse tutto bene. Le ho risposto che avevo le contrazioni, che le avrei monitorate e che se continuavano per almeno venti minuti avrei chiamato l’ostetrica. Così è stato, sono passati venti minuti, le contrazioni erano regolari e l’ultima anche più intensa. Ho suonato il campanello per chiamare aiuto e all’arrivo dell’ostetrica le ho spiegato la situazione. È arrivata con la macchina che serve per fare il monitoraggio, l’ha attaccata e abbiamo aspettato alcuni minuti. Le contrazioni erano più intense, Paola e Chiara mi aiutavano a respirare. Che cosa fantastica il sostegno spontaneo fra donne, fra mamme. Torna l’ostetrica che accompagnata dalla dottoressa, mi controlla e dice che sono dilatata di 4 cm. È il momento di andare in sala parto. Chiamo quindi mio marito “Stai tranquillo va tutto bene ma devi venire perché mi portano in sala parto”. Lui è arrivato di corsa, non avevo dubbi. Talmente di corsa che è arrivato in sala parto prima di me. Io mi sono alzata dal letto, ho seguito la dottoressa e l'ostetrica con alcune pause lungo il tragitto ogni volta che arrivava una contrazione abbastanza forte da togliermi il fiato. Stava succedendo tutto molto velocemente. Abbiamo controllato al volo la posizione della bambina, confermata posizione cefalica, quindi di testa. Si può procedere con un parto naturale, mi chiedono se sono d’accordo avendo fatto in passato un parto cesareo. Rispondo che mi affido a loro, per me l’importante è che mia figlia ed io ne usciamo vive. Ho voglia di vivere e godermi le mie bambine, la mia famiglia. Arriviamo al piano delle sale parto, vedo Jack, andiamo in sala. Ha due grandi finestre che si affacciano sul mare utili a distrarci per qualche secondo.

Il dolore però è sempre più forte, chiedo un analgesico. Mi dicono che dobbiamo fare prima il tracciato, capisco che non farò in tempo ad avere l’epidurale. Le contrazioni sono troppo forti e ravvicinate, sento che non manca molto alla nascita di mia figlia.

In preda al dolore stringo la mano di Jack, incurante del dolore che possa provare lui. In questo momento ho bisogno di sentirlo vicino, ho bisogno la sua mano, mi fa sentire più forte e in qualche modo mi aiuta a sentire che andrà tutto bene. Arriva l’anestesista, nel caso in cui ci fossero i tempi per farmi l’epidurale e mi chiede di firmare un foglio dove autorizzo il parto naturale nonostante i rischi che ci sono. La cicatrice del parto cesareo potrebbe creare problemi, potrebbe succedere qualcosa all’utero. Sono in preda al dolore non riesco a respirare e non riesco a firmare il foglio (ne a ricordare tutto ciò che mi ha spiegato l'anestesista). Jack chiede se può firmare al posto mio, non può. Così faccio un segno tremolante sul foglio. Saranno forse le 7.20, ed è arrivato il momento di spingere. Lo dico all’anestesista che quasi incredula lo dice all’ostetrica che arriva e mi dice che vede la testa. È il momento di spingere e spingo. Una, due, tre spinte. L’ostetrica mi dice di assecondare lo stimolo e di tenere la spinta il più a lungo possibile. Mi consiglia di afferrare le maniglie del letto per fare più forza quando spingo. Così alla terza spinta do tutta me stessa, sento la testa uscire, questo mi stimola a spingere ancora più forte. Urlo. È nata, 1.490 Kg. Mi aiutano a sollevare bene la schiena così da vederla un attimo prima che venga portata via dai neonatologi. La vedo, ha i capelli scuri, è bellissima, ha tutto al posto giusto, è solo più piccola, ma è la mia bambina, fa qualche verso. Poi la portano via. So che devo restare un attimo in sala parto, non sapevo che mi aspettasse un secondo parto: quello della placenta. Quasi più doloroso, sicuramente più fastidioso. Mi massaggiano l’utero, cosa non troppo piacevole, sento il sangue scorrere, il mio corpo è invaso da un mix di dolore, adrenalina e stanchezza. Finalmente “partorisco” anche la placenta. La controllano, ne manca un pezzo. Fanno una verifica ecografica, effettivamente sono rimasti dei residui di placenta, si procede con un raschiamento. Non mi lamento, questo mini intervento mi regalerà 10 minuti di riposo grazie all’anestesia anche se una parte di me non è affatto contenta di dover esser priva di coscienza proprio ora. Mi risveglio, torniamo nella sala parto e poi di nuovo in camera io, Jack deve uscire dall’ospedale. Riusciamo a vedere Nicole Sole solo nel primo pomeriggio, i medici sono impegnati con i vari controlli e le urgenze che in questo ospedale sono all’ordine del giorno quindi dobbiamo aspettare. Nel primo pomeriggio finalmente possiamo incontrarla, suoniamo il campanello come da indicazioni ricevute. Siamo nella TIN – Terapia Intensiva Neonatale. La prima visita possiamo farla insieme perché il personale ci spiegherà come accedere alla stanza e il medico ci dirà la situazione. Così entriamo in uno spogliatoio, mettiamo i proteggi scarpe blu, togliamo gli anelli, laviamo le mani accuratamente, poi il camice, poi il disinfettante. Entriamo. Il primo impatto è schoccante. Tante piccole incubatrici con altrettante vite al loro interno. Un sacco di macchine, di personale medico, rumori, tante piccole vite che lottano. Non mi guardo in giro, seguo l’infermiera che ci porta dalla nostra piccola. Eccola. È così piccola, è avvolta in un fagottino di lenzuola che la tiene al calduccio come fosse un uccellino nel nido. Tanti fili e tubicini sono attorno a lei, una piccola mascherina le copre il nasino e un piccolo caschetto di stoffa attorno alla testa. Piango. In quel momento è come se una parte di me non la riconoscesse. È lei, lo so, ma non riesco a vedere il suo visino, è tutto ricoperto da tubi e altre cose che mi danno tanti piccoli colpi al cuore. Piango. Le parlo. Le dico che siamo qui, siamo qui con lei, siamo qui per lei. Siamo con lei sempre. Anche quando non ci vede, noi siamo qui con lei, nel suo cuoricino. Sei stata brava amore, sei bravissima, sei una leonessa, sei forte. Ti vogliamo bene. Siamo qui. Andrà tutto bene, andrà tutto bene.

Usciamo dalla stanza travolti da mille emozioni devastanti. Penso che un genitore non dovrebbe vedere e vivere certe cose. Ma dobbiamo concentrarci sulle cose positive. È nata, sta bene, sta reagendo bene, respira già da sola. La mascherina le serve come supporto ma non c’è ossigeno perché è in grado di respirare da sola e questo è già un grande sollievo. A questo punto dobbiamo dividerci. Io torno in stanza, Jack deve uscire dall’ospedale. Piango.

Quello che è successo dopo non lo ricordo con precisione. Troppe emozioni, troppe paure, è tutto troppo. In serata torno a vederla, la guardo. È sempre nel suo fagottino al calduccio. È bellissima. È uno scricciolo, il mio piccolo scricciolo. Disinfetto di nuovo le mani così da poterle infilare nell’incubatrice e toccarle il piedino. Ha la pelle morbidissima. La accarezzo, le parlo, le canto la ninna nanna. Reagisce alla mia voce, o almeno è quello che sembra. Mi emoziono. Ci voleva questo secondo incontro. Sono più serena. Torno in camera, dormo.


Giorno 2 (10)

È passata la prima notte, come sempre mi sveglio verso le 5. Verso le 6 iniziano le chiacchere con Paola e Chiara dopo aver fatto il solito giro di antibiotici. Alle 6.30 scendo per vedere mia figlia ma la porta è ancora chiusa. Deduco che non è un buon orario per le visite. Torno in camera, faccio colazione e si riparte con i prelievi del sangue. Questa volta le vene collaborano e riescono a prelevare il sangue necessario. Più tardi arriva l’anestesista per rimettermi un ago nella mano dal quale mi somministreranno l’antibiotico. La mano sinistra è troppo dolorante, il braccio gonfio, duro e rosso, dobbiamo toglierlo. La stessa cosa era successa a destra qualche giorno prima. Qualche giorno più tardi scopro che si tratta di flebite.

Questa volta usano un ago con cateterino che dovrebbe aiutare a prolungare la durata. L’anestesista ha le mani da fata, non la sento quasi, infila l’ago e si riparte con l’antibiotico.

Poi finalmente riesco a vedere la mia patatina, è bellissima. Oggi ha una lampada blu che la illumina, quindi la trovo scoperta nella sua piccola cuccia, sotto il calore e la luce di questa lampada blu (fototerapia). Mi spiegano che serve quando i bambini diventano un po’ gialli (per la cura dell’ittero), nulla di preoccupante.

Nel pomeriggio quando torno, un’infermiera molto dolce mi dice che mi spegne la lampada così che io possa accarezzare Nicole e poi mi chiede “che dici mamma, le cambiamo il pannolino insieme?”. Wow, posso cambiarle il pannolino, penso. Emozionata rispondo di si, piango. Mi fa vedere quali materiali usano, prepariamo la garza con una crema detergente per pulirla e il pannolino pulito. Io infilo le mani dalla parte sinistra dell’incubatrice, lei è a destra, mi aiuta a sollevare i cavi mentre tolgo il pannolino. La pulisco, le rimetto il pannolino, sempre con il sostegno di questa infermiera molto gentile e sensibile. Il pannolino sporco va pesato, lo prende lei. Penso che questo è sicuramente il momento bello della giornata, lo porto con me.


Giorno 3 (11)

Oggi per la prima volta le ho visto aprire gli occhi, le hanno tolto la mascherina 😊


Giorno 4

Mi preparo ad uscire, mi tremano le gambe. Piango. Piango perché non è così che doveva andare, non è da sola che dovrei varcare questa porta e non è nemmeno questa la porta che avremmo dovuto attraversare. Lei dentro, io fuori. Lei in ospedale, io in un appartamento in affitto. Jack e Sofy a casa in Ticino. Mi sembra tutto sbagliato, difficile e nulla al suo posto.

Unico lato positivo di questa giornata è che sono passate le prime 72 ore, le più critiche, determinanti e credo le più lunghe della nostra vita. 72 ore in cui sei a "rischio vita". Sono passate, andiamo avanti, giorno per giorno.


Giorno 5

Primo giorno senza cannette nel naso, è bellissima! Non vedo l’ora di prenderla in braccio.


Giorno 6

Primo giorno con il body. Un’infermiera l’ha vestita tutta rosa, con tanto di ciuccio abbinato. È un confettino tutto rosa, una meraviglia. Ho anche visto un giochino dentro una busta sul suo comodino. Piccole cose che mi fanno sembrare tutto più normale. Solo dopo diversi giorni scoprirò che quel giochino, un polipo realizzato ad uncinetto, serve per permettere ai bimbi come lei di concentrarsi sui tentacoli del polipetto che ricordano il cordone ombelicale e distoglierli così dalla voglia di strapparsi cavi e sondino.

Peso 1.480 kg


Giorno 7

Piccolo passo indietro, abbiamo rimesso le cannette al naso. Ma… per la prima volta l’ho presa in braccio ed è stato bellissimo! Ed è arrivata Sofy!!! Quanto tempo…


Giorno 9

Abbiamo ritolto le cannette.


Giorno 10

Oggi la prima promozione 😊 siamo passate da terapia intensiva a sub-intensiva. Quindi passiamo da "rischio vita" a "rischio per la salute". Nota negativa: da oggi dovrò fare il tampone COVID ogni 48 ore per poterla vedere (prima durava invece una settimana).


Giorno 11

Oggi primo bibe 😊 iniziamo piano piano, ogni tre ore, ad abituarla a mangiare con il biberon. Ho anche assistito all’ecografia celebrale, tutto bene.


Giorno 13

L'infermiera che la chiama Sole ci ha fatto la nostra prima foto insieme. Mi sembrava strano scattare una foto qui, così. Però ho accolto la sua proposta "vuoi che vi faccio una foto mamma?". Si, ho voglia di una foto con la mia piccola guerriera.

Mi fa sorridere il fatto che molte infermiere la chiamino semplicemente Sole. In qualche modo il suo secondo nome è più forte del primo.

Giorno 14

Cambio appartamento, c’è il sole. Per fortuna ad aiutarmi c’è mio papà. Sento che la nuova casa mi darà nuova energia, è più vicina all’ospedale, accogliente, mi aiuta a sentirmi meglio e mi ricarica.

Arrivata in ospedale mi dicono che a breve probabilmente le toglieranno l’alimentazione aggiuntiva, brava patatina!


Giorno 16

Oggi grande giornata, il nostro Sole è piccolo ma forte e determinato e dimostra una gran voglia di vivere patatina. Oggi abbiamo tolto il pic (accesso venoso importante), la parenterale (alimentazione complementare) e gli elettrodi che aveva sul petto quindi per la prima volta ho visto il suo petto e pancino liberi. Ma non è tutto: ha bevuto 15 ml di latte dal bibe per ben due pasti consecutivi. Ieri eravamo fermi a 2. Insomma, passi da gigante. Che grinta la mia piccola guerriera! E che energia ragazzi, una giornata così mi ricarica a mille!!!! Pronta a supportare la mia piccola nella sua corsa per rientrare presto tutti insieme a casa.


Giorno 17

Oggi ho pianto, di nuovo. Mi sento come se mi avessero strappato qualcosa di dosso, come se mi avessero strappato mia figlia dalla pancia. Piango perché mia figlia ha due settimane di vita ed io devo chiedere il permesso all’infermiera per tenerla in braccio, piango perché non le ho ancora potuto darle un bacio. Piango perché Sofia fa il suo primo giorno d’asilo intero oggi (pranzerà con gli altri bambini e rimarrà a giocare nel pomeriggio) ed io non sarò li con lei. Non vedrò la sua reazione all’uscita dell’asilo, non sarò la prima a cui racconterà la sua giornata. Le ho comprato un libro come regalo con l’idea di farglielo leggere appena tornata a casa perché la maestra ha consigliato di fare un’attività tranquilla perché probabilmente sarebbe stata stanca. Lei invece era carica a mille, voleva giocare e il libro non le è piaciuto. Nicole ha vomitato, quindi il pasto delle 15.00 non ha provato ad allenarsi con il bibe e nel pasto precedente, così come in quello successivo, ha bevuto solo 5 ml. E poi penso ad Aurora e alla sua mamma, erano in fondo alla stanza, a destra. Oggi non le ho viste, un altro bimbo ha preso il loro posto. Significa che le cose sono andate bene e sono uscite oppure sono al nido per qualche giorno e si stanno preparando per uscire. Penso che stasera per la prima volta vado via presto, ho aspettato il pasto delle 18.00 per darle il bibe, ma sono stanca. Penso anche che Nicky è uno spettacolo. Poi arrivano i medici, parlano di una coppia di gemelli che arriverà da lontano nelle prossime ore. Almeno uno dei due gemelli è in condizioni critiche da quel che capisco, stanno valutando quale bambino spostare per far spazio a questi nuovi bambini. Decido che è proprio ora di uscire, stasera non ce la faccio. Ho bisogno di spegnere le voci nella mia testa.

Poi penso che prima di uscire ho visto lei, una mamma con la quale avevo scambiato qualche parola e diversi “ciao” che contenevano molto più che un saluto negli scorsi giorni, una mamma che avevo visto anche arrabbiata di recente, pronta ad uscire con il suo bambino. Questa volta infatti non aveva il camice, o i sovra scarpe, no. Aveva un timido sorriso sotto la mascherina, un tono muscolare più rilassato, era accompagnata dal suo compagno che teneva in mano l’ovetto. Penso che ho provato gioia per loro, non so come si chiamino o come si chiami il loro bambino, ma ci siamo scambiate parole di conforto. So che abbiamo provato emozioni forti entrambe, so che ci siamo sentite sole, disorientate, spaventate, angosciate, arrabbiate, stanche, entrambe. Così vederla pronta per uscire con il suo bambino mi rende felice. Eppure allo stesso tempo mi pugnala un po’ al cuore, perché so che il nostro giorno è ancora lontano.


Giorno 18

Altra giornata da ricordare, oggi Nicole Sole è uscita dall’incubatrice e nel pomeriggio è stata spostata nella stanza “cure minime”. È una stanza più piccola, intima, calma. Con noi ci sono altri tre bambini. Ora dobbiamo solo imparare a mangiare da sole.


Giorno 20

Oggi altra esperienza nuova, ho parlato con la psicologa, Laura. Una ragazza giovane, molto gentile e disponibile. Le ho chiesto aiuto per capire come spiegare la situazione a Sofia, non per me. Io non ne ho bisogno, ho pensato. Mi è bastato uno sguardo per capire che il suo intento invece era di darmi uno spazio e un momento per fermarmi. Ho cercato di combatterlo, di portare il discorso dove volevo. Voglio sapere come spiegare la situazione a Sofia. Le faccio vedere una foto della sorellina o può turbarla vedere i tubicini sul suo volto? In fondo adesso ha solo il sondino per l’alimentazione. E Nicole Sole come starà? Soffrirà per il contatto e la presenza che non abbiamo potuto darle? Come faremo a recuperare il tempo perso?

Ma Laura sapeva che avevo bisogno di fermarmi e che da sola non l’avrei mai fatto. Così le sono bastate poche parole, quelle giuste. E il pianto è iniziato. Mi sono liberata di una parte di angosce e stanchezza accumulata, è come se avessi tolto dal mio zaino alcuni macigni, così da avere più energia per continuare a portare con me quelli che ancora restano al suo interno. Si perché la situazione è difficile, troppo difficile per svuotare tutto in una sola volta.

Non ricordo tutte le parole che ci siamo dette, ma ricordo con precisione alcuni passaggi che porto con me: “è molto più facile correre e continuare a correre, molto più difficile fermarsi. Ma è importante permettersi di fermarsi e quando lo fai succede questo (si riferisce al mio pianto)”. Mi parla dei sensi di colpa, le dico che io non mi sento in colpa. In realtà mi è successo ogni volta che ho sorriso o riso con le mie compagne di stanza (una vocina dentro di me mi diceva come fai a sorridere se tua figlia è in terapie intensive?). Le dico che quello che provo è piuttosto rabbia, lei mi dice che di solito le due cose vanno a braccetto. Provo rabbia per quello che è successo, per come è successo. Tristezza e rabbia per non aver potuto fare le cose (anche stupide) che avrei voluto fare. Quando è nata Sofia non me l’hanno messa sul petto, non so perché, forse perché aveva sofferto nel travaglio (durato 12-13 ore) e avevano dovuto fare un cesareo d’urgenza. Me l’hanno solo avvicinata al viso un momento, poi me l’hanno portata via. In quel caso però Jack era potuto stare con lei e farle il bagnetto. In ogni caso mi ero detta che con Nicole avrei recuperato e avrei fatto tutto quello che con Sofia non ero riuscita a fare. Dico a Laura che credevo di "aver già dato" con Sofia visto che durante quella gravidanza avevo dovuto togliere un melanoma maligno al secondo stadio, ma questa è un'altra storia.


Altra cosa importante che mi ha detto Laura, e che da sola probabilmente non mi sarei concessa, è definire tutto quanto stiamo vivendo un “trauma”, perché proprio come un terremoto arriva all’improvviso, inaspettatamente, ti travolge e stravolge tutta la famiglia. È inspiegabile e la nostra mente fa fatica ad accettarlo perché per natura vogliamo dare un senso alle cose, vogliamo una spiegazione, qualcosa che in questo caso non c’è. È successo.


Giorno 21

21 giorni di vita in ospedale per la mia piccola. Che giorni intensi, mi sembra una vita.

Oggi giornata iniziata male con l’arrivo in ospedale e la porta chiusa. Sulla porta un cartello che dice “oggi i genitori non possono entrare per problemi di reparto”. L’angoscia, la rabbia. Ho aspettato. Se c’è una cosa che ho imparato a fare qui è aspettare. Per fortuna dopo due ore e mezza posso entrare, una boccata d’ossigeno.

Dormiva, come sempre. Mi tremano un po’ le gambe. Decido di andare a mangiare per poi tornare da lei fino all’arrivo di Sofy e Jack.

L’infermiera dopo che ho preso in braccio Nicky mi dice “mamma ma se sta dormendo perché la prendi in braccio che la svegli? Dovresti lasciarla dormire”. Come glielo spieghi il mare in tempesta che hai dentro? Come le spieghi che sono due ore e mezza (di angoscia) che aspetti di vederla? Come glielo spieghi che hai dormito con il dudu che Sofy ha comprato per la sorella per sentirle più vicino? Che è innaturale per una madre dormire lontana dalle proprie figlie? Come le spieghi tutto questo ed altro ancora?

Le dico che ha ragione, che è stato un gesto egoista ma che ne avevo bisogno.


Giorno 22

Ci spostano al nido 😊 vuol dire che abbandoniamo la terapia intensiva. Jack le ha fatto il bagnetto, le hanno tolto il sondino e alle 15.00 ha mangiato 30 ml con il bibe. L’infermiera di ieri è ancora di turno e mi ha chiesto scusa. Le ho sorriso e le ho detto di non preoccuparsi, va tutto bene.


Giorno 24

Abbiamo rimesso il sondino. Mentre la tengo tra le braccia in radio passano la canzone di Jovanotti, “A te”, che in questo momento sembra scritta per noi.

“A te io canto una canzone Perché non ho altro Niente di meglio da offrirti Di tutto quello che ho

A te che sei Semplicemente sei Sostanza dei giorni miei Sostanza dei giorni miei

..

A te che sei il mio grande amore Ed il mio amore grande A te che hai preso la mia vita

E ne hai fatto molto di più

A te che hai dato senso al tempo senza misurarlo A te che sei il mio amore grande Ed il mio grande amore

A te che io ti ho visto piangere nella mia mano Fragile che potevo ucciderti Stringendoti un po'


E poi ti ho visto Con la forza di un aeroplano Prendere in mano la tua vita E trascinarla in salvo

..

A te che cambi tutti i giorni E resti sempre la stessa

..

Le forze della natura si concentrano in te Che sei una roccia, sei una pianta, sei un uragano ..


Giorno 25

Oggi per la prima volta l’ho sentita piangere per la fame, mi sono emozionata.


Giorno 29

Finalmente abbiamo raggiunto i 2 kg 😊


Giorno 31

È il 4 ottobre, il primo complemese di Nicky. Inutile dire che mi aspettavo di festeggiare il suo primo mese in modo totalmente diverso. Ma gli esami di oggi sono andati bene, quindi giornata positiva.


Giorno 33

L’ecocardiogramma ha evidenziato un inizio di stenosi polmonare, da monitorare. In pratica la vena che porta il sangue dal cuore al polmone è più stretta di quello che dovrebbe essere. Il cardiologo esclude che questo possa essere la causa delle sue difficoltà di alimentazione.


Giorno 34

Ha tolto nuovamente il sondino! È il compleanno di zia Anna ma il regalo lo abbiamo ricevuto noi: mercoledì (quindi fra una settimana) dovremmo poter tornare a casa 😊


Giorno 36

Domani mi ricoverano. La prassi vuole che qualche giorno prima della dimissione del bambino, la mamma venga ricoverata “in accompagnamento al neonato” per avvicinarsi a quella che sarà la routine a casa, 24/24.


Giorno 37

Entro in ospedale, questa volta con un’energia diversa, sono contenta. Per la prima volta dopo 37 giorni finalmente sto con Nicky senza la mascherina e finalmente posso baciarla. Sento il suo profumo, le bacio i piedini, profuma di latte.


Giorno 38

Inizia il conto alla rovescia, non ci posso credere. Reduci dalla nostra prima notte insieme, ci prepariamo ad affrontare questo lunedì, che dovrebbe essere l’ultimo qui a Genova.

Oggi le fanno alcuni degli ultimi esami che la aspettano qui: esami del sangue e visita oculistica. Domani sarà il turno dell’ecografia al cuore, ai reni e della risonanza. Mercoledì invece dovremmo finalmente tornare a casa.


Giorno 39

L’ecografia ai reni è andata bene, nulla da segnalare. Il cardiologo invece mi dice che uno dei due buchini che ha nel cuore secondo lui ha una certa importanza e quindi è possibile (secondo lui probabile) che dovrà fare un intervento fra qualche anno, lo chiama ombrellino. La notizia non mi fa impazzire ma il fatto che questo tipo di problema non crea alcuno scompenso sul suo sviluppo e sulla sua vita (se non ev. eliminare le immersioni subacquee) mi tranquillizza.


Giorno 40

È il grande giorno, quello che aspettavamo da tempo: usciamo. Sono emozionata, contenta, non vedo l’ora di uscire. Aspetto il giro dei medici per avere l’ultima conferma che davvero possiamo uscire.

Le infermiere fanno il controllo dell’udito, tutto ok, della pelle (bilirubina), tutto ok. Poi finalmente arrivano i medici. Parlano prima con le mie compagne di stanza, fremo. Poi finalmente il mio turno, tirano la tenda che separa il mio letto da quello della mia vicina. Non lo avevano mai fatto. Per un momento gelo. Mi dicono che dalla risonanza hanno visto dei piccoli residui di sangue che, per farla breve, indicano una piccola emorragia cerebrale. Aggiungono anche che è talmente piccola da non essere visibile con le ecografie fatte in precedenza e che è qualcosa che succede spesso nei bambini prematuri. Mi spiegano nel dettaglio cosa è successo e cosa significa. Come sempre decido di concludere la discussione con una semplice domanda: è preoccupante? La risposta è no. Bene, incasso e porto a casa. Dico alla dottoressa che dovrà spiegarmi nuovamente tutto quando arriverà mio marito a prenderci. Non posso gestire tutto da sola, ho bisogno di sentire la spiegazione una seconda volta e preferisco che mio marito la senta direttamente da lei.

Finalmente arrivano le 14.00 è ora di tornare a casa. Facciamo il colloquio di dimissione, il medico ci spiega le varie analisi che sono state fatte, la situazione ad oggi e il follow up che propongono per Nicole. Chiediamo se usciamo dall’ospedale tranquilli, ci dice di si. Ringraziamo il medico, le infermiere del nido e con le gambe un po’ tremanti usciamo.


Ciao belin, noi torniamo a casa.


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